Con Giorgi Meloni arriva davvero il neofascismo del XXI secolo?

Certo da un punto di vista americano è facile e comprensibile allarmarsi improvvisamente, visto che siamo abituati a regimi presidenziali e recentemente, va detto, l’intero continente è teatro di notevoli sconvolgimenti politici: l’occupazione del Campidoglio da parte di Washington nel questo senso si erge come un’istantanea eterna dal richiamo “Nuovi diritti radicali” questo secolo. Tuttavia, nelle grandi città d’Italia non c’è un clima di mobilitazione generale, al contrario, di apatia e disillusione. Non è un caso che, con solo il 64%, questa sia l’elezione con l’affluenza più bassa di tutta la storia della repubblica italiana: i Fratelli d’Italia, infatti, hanno vinto il 26% di oltre la metà del potenziale elettorato.

È comunque sorprendente, al di là di queste sfumature, alla fine l’immagine di a Giorgia Meloni vittorioso è potente come simbolo sotto diversi aspetti:

1) Presto diventerà il primo Presidente del Consiglio donna della storia italiana;

2) Ha costruito il suo capitale elettorale sulla propria marginalità politica (nelle precedenti elezioni ha avuto scarsi risultati, e non ha fatto parte del governo di Mario Draghi come lo era stato il suo omologo);

3) In modo inedito sulle prime pagine del potere, il neofascismo da sempre relegato a semitabù.

Se questo privilegio nella vittoria della Meloni può realizzarsi, ciò è dovuto anche all’inefficacia delle opzioni elettorali che potrebbero ostacolare le sue aspirazioni. Il Partito Democratico, in primis di centrosinistra, non sa leggere il contesto o forse costruire una comunicazione efficace attorno alle pressanti richieste degli elettori in un Paese stremato dalle difficoltà post pandemia e dai costi della guerra in Ucraina. In questo difficile scenario, caratterizzato da accelerazione dell’inflazione, crisi energetica e rallentamento della ripresa economica, la coalizione guidata dal Partito Democratico perde contro il centrodestra anche alla chiamata. “zona rossa” dal centro del paese; significadove, grazie alle profonde radici della memoria partigiana antifascista, la norma è sempre stata una tendenza sistematica a preferire la sinistra.

Un’altra spiegazione della vittoria della Meloni va ricercata nella disorganizzazione di quelle che chiameremmo le forze “progressiste” in Italia e nel disinteresse mostrato ad allearsi tra loro. Quella Movimento 5 Stelle è arrivato a un sorprendente terzo posto con il 15% dei voti, dopo che tutti lo avevano dato per morto a causa della sua recente schiacciante sconfitta alle elezioni locali (dove ha perso tutti i titoli di sindaco). E, dal canto suo, l’alleanza tra Viva Italia e Azizone (il centro di potere social-liberale) guadagna poco meno dell’8%. In altre parole, facendo un calcolo approssimativo, una possibile unione tra questi partiti e il Partito Democratico potrebbe praticamente imprigionare le coalizioni concorrenti di centrodestra. Tuttavia, In politica elettorale uno più uno non sempre fa due, e forse l’appeal più grande dei 5Stelle in queste elezioni è stato proprio quello di affermarsi come opzione autonoma.

Cosa dobbiamo aspettarci da questa nuova amministrazione Meloni? Il neofascismo del XXI secolo sta davvero arrivando?

Sebbene a questo punto sia davvero una corsa fare previsioni, possiamo prevedere che Meloni avrà in anticipo alcuni limiti chiari per l’attuazione di qualsiasi programma radicale, come spiega un recente articolo della BBC. Infine, si dice che, come è noto, il presidente Mattarella svolgerà un ruolo chiave come moderatore come incaricato ed eventualmente veto ministeriale. Aggiunta, All’interno del quadro istituzionale europeo, anche gli organismi sovranazionali ei loro statuti (poiché sono gerarchicamente al di sopra degli statuti dei singoli paesi) possono fungere da barriere sociali, ad esempio, possono verificarsi misure estreme rispetto alle normative sulla migrazione.

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CARTA DOMINO. La vittoria di Giorgia Meloni ha acceso l’entusiasmo in altri partiti di estrema destra come lo spagnolo Vox.

Alle osservazioni fatte dalla BBC vorrei aggiungere alcune mie osservazioni. Come ho sostenuto inizialmente, l’Italia del 2022 ha poco a che fare con gli Stati Uniti di Trump, né assomiglia al clima di effervescente polarizzazione che caratterizza il Brasile emerso dall’ascesa di Bolsonaro. In effetti quella che si avverte in Italia è una società smobilitata, depoliticizzata e disillusa. Ciò ha molto a che fare con il fatto che il voto è facoltativo, o che il sistema parlamentare stesso è complicato e la nomina del Primo Ministro e del Presidente non è diretta. Tuttavia, Ciò non spiega del tutto il calo dell’affluenza alle urne (10% dalle precedenti elezioni del 2018) negli ultimi anni.

Fino agli anni ’90 l’Italia ha avuto una dinamica strettamente bipartisan, in cui la Democrazia Cristiana era il partito di governo e il Partito Comunista era l’opposizione, ed entrambi si sono affermati come partiti con una chiara identificazione di vari settori o aree sociali. Ancora qui, potremmo pensare che ormai da tempo sembra che quasi nessuno in Italia si sia identificato con qualche progetto di questo frammentato sistema partitico.

Ho ripetuto i valori che avevo originariamente dato nel caso non fossero state comprese le dimensioni; il candidato vincitore, suscitando stupore su tutte le copertine mediatiche, si è assicurato solo il 26% del 64% delle liste elettorali. Sebbene avesse il primato di governare attraverso una coalizione che godesse di una comoda maggioranza assoluta, è molto difficile parlare di un “fenomeno di massa” o di un “clima del tempo” date queste caratteristiche.

Forse, più che Black Shirt Squad, vedremo apparati di social network orchestrare l’arroganza di un governo che è certamente relativamente interessato a rendere la sua immagine coerente con il mostro che dicono di essere.

Alberto Baroffio

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